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3 giugno 2026 

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Cose in Città

Ultima Pagina 
3 giugno 2026

tratto da: Cosa Succede in Città-Volume IV

 

C’E’ UN GRANDE PRATO VERDE - parte II

di Nobody, homeplus digitale, thinker

 

 

Come già successo in passato, rompo il blocco che ho deciso di adottare alla pubblicazione dei miei scritti, per fornire l'ennesimo contributo alla difesa del concetto di libertà così tanto bastonato nel tempo moderno, pieno zeppo di nuovi Neroni incendiari, di seguaci di Caligola e dei pontisti neanche tanto anonimi il cui obiettivo forse è quello di trovare giustificazione ai propri comportamenti che li vedono non stigmatizzare gli atti oppressivi in tempo di guerra e imporre restrizioni alla libertà in tempo di pace. tant'è.

Gli atti di contribuzione che i liberi pensatori esprimono attraverso le varie forme che il tempo tecnologico moderno mette a disposizione,  hanno il senso non solo di difesa del diritto di espressione, ma anche di contribuzione al cambiamento che si desidera promuovere per confezionare una società in cui sia possibile vivere. 

Non torno su punti che ho commentato tante volte tra cui la difesa della legittimità del mio lavoro di "contribuzione" all'analisi del tempo moderno, che ho iniziato in netto anticipo rispetto al tempo moderno dove sono oramai tante le voci in campo per affermare la difesa dei diritti e combattere i disequilibri, oramai ingestibili, di questo mondo.

Continuerò il mio lavoro, allontanandomi dalle società dell'odio che vogliono affermare le prevalenze di  parte, contribuendo alla mia personale, individuale, costruzione delle micro-vie per metterle  a disposizione di chi vuole attraversare il tempo moderno verso il futuro con più consapevolezza. O quantomeno, analizzando e riflettendo sui diversi punti di vista.

 

Di seguito riporto la breve introduzione all'articolo di presentazione di Cosa Succede in Città Volume II, in cui ancora una volta  sottolineo le attività reazionare ai pensieri divergenti che tornano molto di moda nei giorni che viviamo in cui la difesa astratta del concetto di "democrazia" ha molto il senso di difesa della propria posizione sociale.

E poi, la parte II di C'é un grande prato verde, tanto per ricordare non il lungo, nè il corto, ma il presente che accompagna sempre il presente in divenire.

 

 

Intro

 

A volte il processo inverso è solo una ristrutturazione, a mio avviso quello attuale è un processo di totale ridefinizione, talmente profonda, non una relise, non un upgrade, ma un vero e proprio passaggio le cui fasi saranno determinate da come le componenti in campo riusciranno, nei diversi modi di dialogo o di scontro, a far emergere una tipologia di mondo piuttosto che un altro. Nel modo in cui il mondo riuscirà a far prevalere la dimensione umana del benessere condiviso e della pace, piuttosto che la distruzione e il conflitto.”

E’ un momento eccezionale per il mondo nel vortice delle confluenze del fiume delle consistenze materiali, spirituali e di pensiero. 

Classi dirigenti, personalità di spicco mondiale nei vari settori, cultura, economia, finanza, religione, scienza, tecnologia, sport, istruzione e poi tutte le strutture di rilievo pubbliche e private e i loro esponenti, singolarmente o nell’insieme del contesto di appartenenza, esprimono il proprio punto di vista sul passato, sul presente e magari sul futuro, nella particolarità della confluenza o divergenza di analisi e di pensiero, nelle differenze.

 

C’è una particolarità del contesto storico recente, cioè la concomitante, divergente e direi parallela coesistenza del pensiero disallineato che i cultori ed esponenti di rilievo del mondo della cultura organica ha identificato come pensiero populista, caratterizzato in primis da non utilizzare i filtri convenzionali nella diffusione del pensiero che osserva, racconta ed esplicita il vissuto, la propria visione di vita, identifica e racconta i propri desideri. 

La principale motivazione dell’ostracismo alle forme di pensiero non conforme è quella della conservazione della “stabilità” intesa questa volta in base all’evoluzione degli eventi non solo nell’accezione della conservazione delle condizioni acquisite ma anche in senso di evitare l’instabilità che è parte inscindibile dei conflitti.

 

Tanto più grandi sono le divergenze tra i poli opposti di ogni aspetto, tanto più l’instabilità che spinge i poli a convergere verso un punto di equilibrio diverso genera una forza più forte, di rottura da entrambe le parti nella divergenza verso il medio, di estrema rottura da una delle parti se il punto di equilibrio è vicino ad uno dei poli opposti.

In un contesto in cui la chiave di lettura delle questioni di questo mondo tende a consolidare le posizioni convenzionali, esprimere il proprio punto di vista e la propria visione degli eventi non solo nella contemporaneità ma anche nella storia, nella sovrapposizione degli aspetti di analisi che hanno nella comprensione fruibile la chiave di composizione, mi sembra, ancora una volta, un atto che sento di fare come affermazione di una posizione di “contro-pragmatismo”, poiché il pragmatismo porterebbe qualsiasi soggetto ordinariamente pensante a farsi i .. suoi, soprattutto se le necessità materiali sono impellenti e avendo compreso bene come i disallineati sono spinti all’infuori dei circuiti dei tozzi di pane.

 

Ma così è, va vinto quel senso di malessere per tutto ciò che testardamente, soprattutto dai luoghi che più dovrebbero essere sensibili alle diverse forme della “cultura”, rifiuta qualsiasi forma di esplorazione della irrealtà del reale contemporaneo, congiungendo nell’analisi di lettura passato, presente e futuro e, in ultimo, non penalizzando la dimensione intuitiva e della coscienza spirituale sommersa dall’abbondanza degli scogli materiali messi ad argine della comprensione più ampia che restituisce in entrambe le direzioni, terra e cielo.

Vale la pena quindi combattere per il cambiamento che pacificamente vuole affermare la semplice condizione di esistenza di ogni normalità, nel tesoro dell’individualità che ci appartiene e di cui possiamo disporre anche in senso condiviso.

 

Ecco quindi che la domanda si ripropone di nuovo, si rinnova: a cosa serve la cultura, se non ad indirizzare i pensieri verso il senso dell’umano?

 

C’E’ UN GRANDE PRATO VERDE - parte II

 

da Capo Bon 

l'inviato Nobody, 

homeplus digitale, thinker

 

 

Quanto la divergenza culturale può inasprire il concreto del vivere? 

E, soprattutto, quanto può ostacolare la via della trasformazione verso il mondo delle coesistenze? È una riflessione molto attinente alla contemporaneità considerando lo scontro all’interno delle società tra i diversi gruppi sociali e di pensiero. Scontro catalogato secondo i parametri classici, destra-sinistra, conservatori-progressisti, tradizionalisti-innovatori, società tecnologica-società umanistica e poi, in aggiunta, i diversi parametri di segmentazione, pubblico-privato, nord-sud, ricchi-poveri, società delle tutele-società del rischio, inclusi-esclusi, visibili-invisibili, società della burocrazia che prevale sul vissuto-società che cerca condizioni di vissuto nei vincoli della burocrazia. E via di seguito.

Quando il mondo economico è diventato industriale scoprendo le economie di scala, si è partiti dalla produzione e collocazione di offerte standard con ridotte possibilità di personalizzazione. Pian piano la competizione e l’evoluzione tecnologica hanno portato all’estremo della personalizzazione, elevando la complessità con tutte le conseguenze nei modelli produttivi e poi distributivi e di post-vendita. Le società in un certo senso si sono trasformate in modo speculare, subendo la personalizzazione delle offerte, sviluppando al proprio interno quelle dinamiche in cui i cittadini sono diventati, inconsciamente, attori e portatori delle istanze di stimolo alla personalizzazione delle stesse. Parimenti, allo stesso modo in cui l’estrema diversificazione ha inciso sull’esplosione della complessità, all’interno delle società si è sviluppata disomogeneità, in uno, personalizzazione. In questo mentre e, soprattutto, in questo ventre enorme delle società, i gruppi sono cresciuti nel numero, nella differenziazione culturale, di interessi e di istanze, generando una complessità tale che trovare la via di ricomposizione, il massimo comune denominatore, ha il sapore della grande impresa.

Nelle società in realtà è accaduto molto più di quanto si possa pensare, il mondo globalizzato come lo abbiamo conosciuto per come si è sviluppato sin dall’origine della sua espansione, ha generato cambiamenti nei modelli sociali, nelle relazioni, modificando non solo gli stili di vita, ma anche il rapporto tra essere, vivere e apparire. Molti dei comportamenti sociali, sia personali che relazionali, si sono storicamente sviluppati all’interno di modelli di pensiero e di valori sia di tipo politico-culturale, che religioso. Lo sviluppo del mondo globalizzato e la sua innegabile attitudine ad espandere valori economici anche se distribuiti in modo iniquo favorendo la concentrazione della ricchezza, ha comunque permesso, direi concesso, possibilità di esistenza economica e di indipendenza.

In questo senso i nuclei centrali di fondamento delle società, il nucleo familiare, si è ritrovato soggetto a più forze di rottura, cioè da una parte il peso della discontinuità lavorativa quando il modello globale è entrato in crisi e sono entrati in crisi i modelli economici legati ai volumi; dall’altra le maggiori possibilità economiche hanno consentito più indipendenza e, allo stesso tempo, la trasformazione dei ruoli. La percezione della possibilità concreta di poter comunque e sempre realizzare percorsi di indipendenza e quindi di rinnovo dell’esistenza, l’evoluzione culturale che ha pian piano rotto le resistenze sociali all’accettazione delle configurazioni dell’essere diverse rispetto a quelle normalmente accettate nei modelli tradizionali, ha dato spinta alla possibilità di affermare la propria individualità che in precedenza, nei modelli tradizionali, veniva compressa all’interno di modelli di giudizio pressanti e stringenti che, come sempre, esplicavano la loro forza nel comprimere le possibilità sia in campo economico che di accettazione e affermazione nella società. Al di là dell’esistenza di cause specifiche che nella modernità hanno determinato modalità dell’essere differenti rispetto alla visione tradizionale, possiamo ragionevolmente pensare che le variegate configurazioni dell’essere della società moderna non sono una novità, cioè ci sono sempre state, i fattori evolutivi culturali, nell’evolversi della comunicazione ne hanno fatto emergere in modo visibile l’esistenza e direi la numerosità.

I sistemi di pensiero invece, quelli che caratterizzano le ideologie e che hanno la peculiare caratteristica di “aggregare”, non si sono evoluti, sono rimasti fermi nell’impostazione storica, molti si sono adeguati semplicemente all’evoluzione della società nella sua predominanza di connotazione economica, in cui la competitività è lo strumento di base e il profitto il fine primo e ultimo, sempre con le dovute eccezioni.

Quello che oggi possiamo osservare nelle società occidentali è proprio la differenza che esiste tra la condizione individuale del vissuto e le ideologie e i sistemi di pensiero che non sono più in grado di attrarre, se non in senso lato, molto ampio. Una sorta di unificazione e di convergenza su sentimenti ampi che poco hanno l’attitudine ad incidere nel concreto del vivere, cioè non hanno funzione motivazionale e di indirizzo dei comportamenti. Un’osservazione che penso sia possibile estendere ai modelli sociali legali fondati sulle norme scritte in epoche passate in cui i fenomeni attuali non esistevano e che quindi oggi sono insufficienti a rappresentare le istanze che arrivano dalla società civile. In concreto quello che osserviamo è il disallineamento tra il vissuto e i sistemi sia normativi che di pensiero non più in grado di incontrarsi.

E’ naturale, basta utilizzare il ragionamento, che a questo punto ci sono almeno due opzioni principali: l’adeguamento dei modelli sociali e di pensiero, in grado di recepire le modificate condizioni dell’essere, oppure partendo dalla relativa non modificabilità di questi ultimi, porre in essere tutte le azioni che il potere, cioè la parte sociale e culturale azionista di riferimento del mondo tradizionale, ritiene di implementare per riportare i singoli individui all’interno di quei modelli, sociali e di pensiero.

Detto in modo forse grezzo, possiamo connotare le due azioni come quelle proprie dei progressisti, da una parte e conservatori dall’altra. Basta osservare il lavoro di riformulazione culturale in atto in molte società, quello che opera sull’aspetto valoriale e di restaurazione di modelli di comportamento che erano alla base delle società del passato, nelle diverse epoche. Senza entrare nel merito della complessità dell’argomento, faccio solo notare quali problematiche siamo chiamati a gestire nel contemporaneo, perché non c’è un senso assoluto del giusto o dello sbagliato, c’è invece un senso della comprensione della fragilità delle possibilità individuali in una fase storica in cui si tende all’operazione inversa a quella che si è generata negli ultimi decenni nel mondo globalizzato in cui vi era la ricerca della realizzazione dei percorsi di vita unici, legati alla individuale specificità.

Naturalmente le azioni di ricollocazione dei comportamenti individuali all’interno dei modelli tradizionali chiama in causa la necessità di individuare i modelli, il loro contesto ideologico-culturale-storico di riferimento e naturalmente chi ha il compito di gestire le azioni.

Siamo al punto, è la società nel suo complesso o nell’espressione della élite di riferimento che ha la funzione di indirizzo?

I partiti politici chiaramente operano nell’ambito di modelli di riferimento che, per quanto semplificati nella contrapposizione di due blocchi, anche nelle culture abituate a ragionare in termini di alternanza, non sono in grado oggi di esprimere una prevalenza significativa nel senso di imporre in toto la specificità del pensiero e i tratti del proprio modello di riferimento. Di fondo, riflettete, cos’è che veramente manca? Perché in un’epoca di elevata evoluzione tecnologica e di relativo benessere economico (relativo perché dal covid al conflitto molto sta cambiando anche in termini reali di esistenza), non siamo in grado di implementare società di condivisione, di accoglienza, di inclusione, di assenza di conflitti, di benessere omogeneamente diffuso seppur diversamente distribuito?

Vedo un grande problema nei sistemi legali e di pensiero e, devo dire, in quelli legati alla spiritualità, alle religioni. Che si sono saldati tra loro, si sono evoluti parimenti, quasi specularmente, combattendo spesso le stesse battaglie, condividendo azioni, riformulazioni, imponendo principi e visioni del mondo. E spesso nel loro riferimento culturale che guarda sempre al passato e all’immutabilità di alcuni capisaldi, perdono di vista l’evoluzione delle società che non sono altro che l’evoluzione individuale, non solo del pensiero, del comportamento, del vivere, ma anche degli strumenti a disposizione, del linguaggio relazionale, del tempo in cui la fase di apprendimento si evolve nel senso della modifica della tempistica e della cadenza dei tempi. E delle fattive possibilità di evolvere anche nel senso naturale, dell’umanità sociale che si aggrega all’interno di un nucleo centrale ultimo, quello che fa riferimento a qualunque tipo di unione che possiamo definire relazionale nella sua accezione ampia, quindi non solo tradizionale.

Le pressioni sui percorsi di vita sono su più livelli, dalla precarietà del lavoro, dalla compressione dei redditi, dalle spinte inflattive, dal disallineamento tra possibilità di guadagno e onerosità del vivere. In aggiunta, la problematica dell’accoglimento delle nuove fattispecie dell’essere e del vivere anche nel sistema delle regole. Le modifiche all’adeguamento trovano spesso dei paletti insormontabili nella chiusura dei gruppi sociali di pensiero che fondano il loro sistema culturale sulla immodificabilità di alcuni principi. Eppure, per alcuni di questi gruppi, basterebbe “osservare” pur anche solo con la mente, le vicende storiche e il rapporto che ha caratterizzato le relazioni umane dei grandi spiriti per rendersi conto che esistono altre interpretazioni, altre possibilità. Non si è sviluppata, in molte delle declinazioni di pensiero, la capacità di osservare l’umanità nella sua individualità, nelle sue esigenze, nelle sue aspirazioni, nell’alternanza dell’esistenza nella dimensione universale dei contrapposti che sono l’essenza dell’unico e nel cui ambito ci si muove. Ci si è collocati, tradizionalmente, nella dimensione polarizzata del solo bene o del solo male, ignorando che la vita è un percorso, a volte in disequilibrio, tra questi due poli contrapposti. È naturale, tanto più si stringe il concetto di ciò che è bene e ciò che è male, tanto più i modelli stringono, tanto più il vissuto è complesso, tanto più è la forza naturale ad uscire dai modelli, tanto più è la forza di reazione per riconnettere gli stessi ai modelli prefigurati non guardando all’individualità dell’odierno, ma ai modelli del passato.

Siamo nel presente.

A questo punto, nelle scelte individuali, cosa prevale? Qual è il driver decisivo nei momenti topici in cui si partecipa alla scelta del contesto direzionale delle società? Sono la condizione economica nel suo complesso, o la possibilità dell’esercizio di diritti che in sostanza significa la libertà individuale di comportamento non in senso assoluto ma del patrimonio di quelli che possiamo chiamare come diritti incomprimibili? Oppure una graduazione, un mix, che ottimizza, sempre comunque in un’ottica di valutazione personale, tutti gli aspetti del vivere? In fin dei conti, quello che voglio esprimere, è il senso della necessità di praticare forme di educazione all’esercizio del pensiero in grado nel tempo di far maturare le condizioni culturali in cui nel sistema di regole di convivenza, convivano regole di esercizio della propria individualità.

Il che significa che le qualità del pensiero non sono un manufatto standard confezionato e pronto per accogliere i percorsi di vita, sono invece quel sistema culturale e di esperienza proprio di ogni individualità che si rende omogeneo in relazione ad un parametro territoriale o culturale di gruppo, che può far riferimento anche alla tradizione o se ne può distaccare vivendo più il presente, ma che è comunque elemento di caratterizzazione di una sensibilità in divenire che guarda alla sostenibilità del vivere e al rapporto tra evoluzione dell’umano in relazione a ciò che è società, natura e Universo. Porre l’attenzione sulla necessità di cambiamento, cosa vuol dire? Vuol dire rivisitazione completa dell’esperienza culturale storica? Vuol dire completo abbandono della tradizione? Attenzione, esco volentieri anche un po' dalle righe, per dire, non fatevi fregare.

La comunicazione veloce del presente, il ribaltamento repentino di posizionamenti, pensieri e umori, è propria del tempo contemporaneo, molto veloce, dove le metodiche proprie dell’efficienza di business si sono allargate a dismisura invadendo quasi tutti i campi. L’efficientismo spinto, il fare a tutti i costi, più si produce, più si è pieni e meglio è, anche nella dimensione delle attività del terzo settore. E, nella contrapposizione dei gruppi di gestione delle cose, l’articolazione del pensiero diventa oggetto preconfezionato, stretto, sintetico; argomenti che richiederebbero un’articolazione completa, si riducono a prodotti di fruizione veloci, veicolati nelle ripetitive uscite sui canali di comunicazione.

Ne consegue che ogni volta che qualcuno esprime un pensiero differente, magari non necessariamente mediato, ma che parte dall’osservazione del vissuto, da una propria sensibilità, dall’essere parte di un presente con un passato e che immagina il futuro, quando si discosta dalle configurazioni tipiche di una parte, viene connotato o di parte avversa o addirittura fuori dal tempo. E si diventa di conseguenza contraddittori, poiché non collocabili sempre da una parte.

E dal momento che le strategie comunicative hanno alla base studi profondi e analitici sulle dinamiche di comportamento, non sempre il fruitore è in grado di distinguere e capire l’obiettivo della comunicazione stessa, in sostanza di avere gli strumenti adatti per orientarsi, non rendendosi conto della necessità di approfondire ed articolare. I contesti sociali attuali sono molto basati sulla comunicazione e sui canali dove passano le riformulazioni culturali. Solo recentemente, con riferimento all’epoca contemporanea che abbraccia qualche anno, si sono avviati processi di approfondimento e di incontro, anche in luoghi differenti dai canali tradizionali se vogliamo riferirci ai media. Si è tornati nelle piazze per esprimere non solo dissensi, ma anche il proprio punto di vista.

Ecco, tornando al punto di partenza della precisazione, la necessità di innovare non significa abbandono totale dei valori sia culturali che spirituali della tradizione. Chi ha desiderio di innovare non necessariamente ripudia la tradizione, chi ama e desidera un mondo aperto e fondato sullo scambio non rifiuta la località. La cultura non è alternativamente o locale o globale, è sia locale che globale. Quindi, ancora una volta, la necessità di segmentazione è propria del magazziniere della storia e dei suoi adepti collaboratori sparsi nella società e nei territori, che hanno la necessità di catalogare per decidere come comportarsi con il soggetto con cui interagiscono, per valutarne il requisito di aderenza e per l’implementazione successiva di ogni azione relazionale, dalla più esterna a quella più integrata.

Voglio inoltre mettere in risalto l’elemento di rigidità che è proprio della forte connotazione culturale, sia di gruppo che singola. Che certamente vale anche per i soggetti e le realtà della competenza e del sapere accreditato i cui capisaldi culturali e di pensiero sono ben ancorati in virtù di percorsi di esperienza e di studio che ne conferiscono senza dubbio autorità, ma che comunque sarebbe desiderabile si abbinassero anche alla capacità di cogliere i cambiamenti, contestualizzandoli alla contemporaneità in cui la chiave di lettura del passato e il sempre verde punto di ritorno, potrebbe non essere più valido. Utilizzo il dubitativo per non cadere nel rischio del dogma, è così e basta. Sono convinto, e l’ho scritto nel passato, che il tempo presente sia di totale discontinuità, uno stadio di trasformazione che possiamo chiamare evolutivo o involutivo nei diversi aspetti, a seconda del punto di vista.

Nelle esperienze del passato che riguardano i fondamenti culturali di conoscenza dei fenomeni delle società nella sua declinazione, troveremo dei tratti sempre validi, ciò che cambia è il contesto in cui essi si esprimono perché cambiano le società in funzione della combinazione tra evoluzione tecnologica ed evoluzione individuale, del pensiero, del comportamento e dell’essere. La capacità quindi di combinare la conservazione con l’innovazione è il vero tratto innovativo, dove si formi una capacità all’esercizio del pensiero che certamente non può essere un esercizio senza attrezzi. Voglio dire che quando si nasce, naturalmente si è condizionati dal sistema culturale esterno che però si evolve, in alcuni spazi di più, in altri di meno. In alcuni con più tempo, in altri molto più rapidamente. Spazio e tempo. E con l’incrocio delle genti e delle culture negli spazi, si sperimentano nuove istanze che contribuiscono ai cambiamenti nei luoghi dando vita a nuova cultura. Le modalità con cui gli ingredienti per il confezionamento del prodotto cultura si combinano tra di loro, il loro peso, la difesa degli elementi di base, le spinte alle innovazioni e la sua graduazione, è quello di cui stiamo parlando, in fin dei conti è il cuore della nostra riflessione.

Il sistema di rappresentanza politico è uno degli strumenti di impulso a che la dimensione culturale prenda una direzione piuttosto che un’altra. Restano sempre validi tutti gli altri protagonisti, i presidi di contribuzione, in primis la cultura dei territori, che esprimono la loro forza di tradizione e che nella contemporaneità devono guardarsi dal considerare come un pericolo quello di essere sistemi aperti, cioè pronti ad accogliere persone, recepirne le esperienze per attrarre e diventare realtà fondamentalmente con caratteristiche proprie ma connesse con il mondo. Per queste ragioni personalmente mi trovo in un’area di pensiero che ha grandi difficoltà a collocarsi laddove c’è forte connotazione su tanti aspetti del vivere, in sostanza nei punti polarizzati.

Ecco perché la percezione del presente mi porta a vedere l’esistenza di una grande area di pascolo, di ritrovo, in cui i gruppi fruitori del vivere la bellezza del vivere, possono farlo senza confliggere, in solidarietà, avendo definito pacificamente, anche se nel dibattito, le regole di convivenza in quel luogo, o in quei luoghi.

 

 

C’è un grande prato verde parte III- ristampa del 25 agosto 2025
proseguiva nell'episodio III
 

 

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